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venerdì 30 settembre 2016

Le Rame di Napoli

Le Rame di Napoli sono un dolce tipico della zona del catanese preparato in occasione della commemorazione dei defunti. È un biscotto speziato dal cuore morbido al gusto di cacao, ricoperto da una glassa di cioccolato fondente. Tradizionalmente le rame venivano regalate ai bambini come omaggio dai parenti defunti per essersi comportati bene durante l’anno. L’origine del nome sembra risalire al tempo del Regno delle due Sicilie. Si afferma, infatti, che Re Carlo di Borbone, già sovrano di Napoli, per commemorare l’annessione della Sicilia al Regno di Napoli, fece coniare una nuova moneta in lega di rame che sostituiva le più preziose in oro e in argento. Il popolo catanese pensò quindi di creare una versione dolciaria di tale moneta, un dolce povero fatto con gli scarti e i ritagli di altri dolci, in analogia con la nuova moneta che nasceva da leghe più povere. L’antica ricetta prevedeva pochi ingredienti: farina, zucchero, cacao amaro e marmellata di arance. Con il passare del  tempo tale ricetta ha subito delle modifiche, sia nelle dimensioni dei biscotti, oggi più grandi, che negli ingredienti usati, introducendo l’uso dell’uva sultanina o delle scorzette di arancia candita. Nelle varianti più moderne è stata introdotta una farcia di nutella, confettura di albicocca o altre marmellate.


Ingredienti
500 g di farina 00
200 g di zucchero
150 g di burro
300 ml di latte
80 g di cacao amaro in polvere
1 bustina di lievito in polvere per dolci
1 cucchiaio colmo di miele
1 cucchiaio di marmellata d’arancia (opzionale)
1 cucchiaino di chiodi di garofano in polvere
1 cucchiaino di cannella in polvere
scorza grattugiata di un arancia

Per guarnire le rame di Napoli
300 g di cioccolato fondente
60 g di burro
granella di pistacchio q.b.(o granella di nocciole)
nutella o marmellata di arance (opzionale)

Procedimento
Versate in una terrina lo zucchero, il lievito, la scorza d’arancia grattugiata, il cacao amaro, il cucchiaio di miele,  la cannella, i chiodi di garofano e il burro precedentemente sciolto a bagnomaria o in microonde, e cominciate ad amalgamare, aggiungendo poco alla volta la farina setacciata e il latte, fino ad ottenere un composto denso ma non troppo appiccicoso. In questa fase è possibile aggiungere un cucchiaio di marmellata di arance. Lasciate riposare l’impasto in frigorifero per circa 30 minuti. Preriscaldare il forno a 180°, modalità statico e iniziate a preparare le rame di Napoli. Disponete su una teglia, ricoperta con carta forno, piccole cucchiaiate dell’impasto cercando di dare una forma ovoidale ed infornate per circa 15 minuti. Nel frattempo, preparate la glassa facendo sciogliere a bagnomaria il burro e il cioccolato fondente.  Quando le rame di Napoli saranno cotte sfornartele e lasciatele raffreddare, dopo ricopritele con la glassa e decoratele con la granella di pistacchio o di mandorle. Lasciate indurire la glassa di cioccolato prima di servire.

Per le varianti con nutella o marmellata di arance, sporcate la superficie di ogni dolcetto a scelta con la nutella o la marmellata e successivamente ricoprite con la glassa.

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venerdì 23 settembre 2016

Le mele dell’Etna


Le mele, fin dall’antichità, hanno trovato nei terreni fertili alle pendici dell’Etna  uno spazio naturale nel quale crescere e svilupparsi. Gli agricoltori erano soliti diversificare la coltivazione dei frutti antichi sulla montagna partendo con la raccolta delle ciliegie, seguitando con le pere e concludendo con le mele. Le specie autoctone di mele, circa una ventina, hanno costituito fino agli anni ’70 una significativa  biodiversità pomologica dell’Etna; successivamente, sono state sostituite con altre varietà più produttive e di largo consumo. Oggi si sta assistendo ad una riscoperta di questi frutti,  diventati presidio Slow Food, grazie anche ad alcuni agricoltori impegnati nella tutela di queste antiche varietà.
La coltivazione, per lo più biologica e compresa tra gli 800 e i 1.600 metri di altitudine, ricade per l’80% nel territorio del Parco dell’Etna, interessando i comuni di Zafferana, Milo, Sant’Alfio, Pedara, Nicolosi, Ragalna, Biancavilla e Adrano. Il periodo della raccolta va dalla fine di settembre alla prima metà di ottobre, ma può spostarsi anche più in là se i meleti si trovano ad altitudini elevate. Queste colture restituiscono frutti generalmente di piccole dimensioni, tanto da essere definite “meline dell’Etna”. Le varietà più apprezzate sono:  la Cola, di colore giallo con sapore acidulo, la più conosciuta, probabilmente chiamata così perché coltivata inizialmente in terreni vicini al convento di San Nicola nel comune di Nicolosi;  la Gelato, dalla polpa bianchissima, farinosa e dolcissima;  la Gelato Cola, con qualità intermedie tra le prime due,  caratterizzata da un intenso profumo.
Il sapore dolce e delicato di queste mele, le rende perfette per la preparazione di marmellate, ma anche per i dolci, come la classica torta di mele.



Torta di mele dell’Etna
200 g di farina
4 mele
150 g di zucchero
200 g di burro
4 uova
1 bustina di lievito per dolci
zucchero a velo



In una ciotola montate il burro con lo zucchero fino ad ottenere un composto spumoso. Aggiungete le uova, la farina setacciata con il lievito e 2 mele sbucciate e tagliate a fettine sottili. Versate il composto in una tortiera di alluminio imburrata (oppure rivestita di carta da forno) e distribuite sopra le mele rimaste. Fate cuocere in forno caldo a 180° per circa 50 m. Dopo che la torta sarà raffreddata spolverare con dello zucchero a velo.
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venerdì 16 settembre 2016

Biscotti alle carrube


Il carrubo è un albero imponente e longevo molto diffuso in Sicilia, in particolare nelle zone del siracusano e del ragusano. I suoi frutti, detti carrube o vajane, hanno una forma simile ai baccelli dei fagioli, ma di dimensioni maggiori e di colore marrone scuro. 
L’introduzione del carrubo in Sicilia si deve molto probabilmente al popolo greco, ma furono gli arabi ad intensificare la sua coltivazione e ad esportarla in Marocco e in Spagna. 
Le carrube possiedono molteplici virtù salutari, la maggior parte delle quali purtroppo sconosciute. Per esempio sono ricche di vitamina E e di vitamina K e contengono calcio, zinco, potassio e fosforo. Nella cucina siciliana il carrubo trova vari impieghi: la polpa viene usata per la produzione di liquori e sciroppi, mentre la farina di carruba, ottenuta dai semi del frutto, costituisce una valida alternativa al cacao e viene usata per la preparazione di pasta fresca come gnocchi e tagliatelle, ma soprattutto nella realizzazione di biscotti, torte, gelati e budini.


Biscotti alle carrube

 

Ingredienti

1 kg farina 00
300 g zucchero
200 g farina di carruba
4 uova intere
250 g burro
aroma di arancia
latte q.b.
15/20 g lievito in polvere
100 g sciroppo di carrube.


Mescolate lo zucchero con il burro morbido, le uova, lo sciroppo e l’aroma di arancia. Unite al composto a cucchiaiate le due farine miscelate, alternandole con il latte. Infine, aggiungete il lievito e lavorate fino ad ottenere un composto morbido. Stendete il composto su un piano da lavoro infarinato e create dei biscotti a forma di “S” o di piccoli cilindri. Mettete i biscotti su una teglia ricoperta da carta da forno e fate cuocere in forno a 210° per circa 15 minuti. Ultimata la cottura, sfornate i biscotti e serviteli spolverizzati di zucchero a velo.


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venerdì 9 settembre 2016

Le zeppole di riso

Le zeppole o crispelle di riso (in siciliano zippuli o crispeddi di risu) sono dei tipici dolci fritti catanesi,  a base di riso e miele.
Secondo alcuni antichi testi di cronisti catanesi, pare che a realizzare per prime questo dolce siano state le monache benedettine del monastero di Catania nel Cinquecento, proprio per questo motivo le zeppole vengono a volte chiamate benedettine.
Un tempo preparate esclusivamente il 19 marzo, in occasione della festa del papà, le zeppole sono oggi un tipico dolce della domenica.

Durante l’Ottobrata Zafferanese, importante evento fieristico che si svolge tutte le domeniche di ottobre a Zafferana Etnea, in provincia di Catania, sarà possibile degustare le zeppole accompagnate dall’ottimo miele locale e  tantissimi altri dolci (gli sciatori, le paste di mandorla, le foglie da tè).





Zeppole di riso

Ingredienti per 8 persone

500 g di riso
250 g di farina
30 g di lievito di birra
½ l di latte
½ l di acqua
sale
la scorza grattugiata di 3 arance
cannella in polvere
miele qb
Zucchero a velo
Olio per friggere

In una pentola portate ad ebollizione il latte con l’acqua, salate, aggiungete il riso e fatelo cuocere a fiamma bassa. Quando il riso avrà assorbito tutto il liquido, toglietelo dal fuoco e lasciatelo raffreddare. Quindi disponetelo in un piano da lavoro e impastatelo con la farina e il lievito sciolto in poco latte tiepido. Aggiungete la scorza grattugiata delle arance, impastate e fate lievitare per circa 3 ore. Trascorso questo tempo ricavate con la lama di un coltello le zeppole della grossezza di un dito e friggetele in abbondante olio caldo. Fatele dorare, rigirandole spesso,  e mettetele a sgocciolare su carta assorbente. Quando saranno pronte sistematele in un piatto da portata, irroratele con il miele diluito con un pò d’acqua calda, spolverizzatele con un pizzico di cannella, zucchero a velo e servite.





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venerdì 2 settembre 2016

Scaloppine di vitello al Marsala

Il Marsala DOC è un vino liquoroso conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. La zona di produzione si estende all’intera provincia di Trapani, con l’esclusione dei comuni di Pantelleria, Favignana ed Alcamo.
La storia della nascita del Marsala è incentrata sulla figura del mercante di Liverpool John Woodhouse, il quale approdò nel 1773 con la sua nave presso il porto di Marsala. Secondo la tradizione, il vino piacque così tanto all’inglese, che decise di portarne qualche botte in patria, dopo aver aggiunto dell’acquavite di vino per preservarne le caratteristiche durante il lungo viaggio. Il vino siciliano riscosse un grandissimo successo  in Inghilterra, tanto che Woodhouse decise di ritornare in Sicilia e di iniziarne la produzione e la commercializzazione. Nel 1833 l’imprenditore palermitano Vincenzo Florio fondò le omonime cantine iniziando la produzione di Marsala in concorrenza con gli inglesi. In breve tempo il vino siciliano conquistò il mondo e già nel 1931 si iniziò a provvedere a leggi e regole che proteggessero il prodotto. Fu così che nel 1969 il Marsala divenne il primo prodotto italiano riconosciuto come DOC.

Grazie al suo sapore dolce e aromatico, il vino Marsala è particolarmente impiegato in differenti ricette che vanno dalla carne (le famose scaloppine al Marsala, alle quali il vino conferisce un gusto più morbido e dolce), ai dessert, soprattutto i dolci al cucchiaio e creme.



Scaloppine di vitello al Marsala

Ingredienti per 4 persone

400 g fettine di vitello
1 dl di Marsala secco
1 cucchiaio di farina bianca
50 g di burro
6 foglie di salvia
sale e pepe
                                           

Battete le fettine di vitello con il batticarne; infarinatele e fatele rosolare per circa 2 minuti su ciascun lato in una padella antiaderente in cui avrete sciolto il burro. Versate il Marsala e fate insaporire per 2 minuti a fuoco lento, aggiungendo 2 cucchiai di acqua. Terminata la cottura, regolate di sale e pepe. Guarnite con foglie di salvia.
Potete accompagnare le scaloppine con patate novelle cotte al forno, verdure di stagione al burro o insalata.



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venerdì 26 agosto 2016

Mostarda di fichi d'India dell'Etna

I fichi d'India dell'Etna, coltivati nella provincia di Catania, nel terreno vulcanico alle falde dell’Etna, hanno ottenuto dal 2003 l’importante riconoscimento di Denominazione di Origine Protetta.

La pianta, importata dalle Americhe nord-occidentali (credute originariamente le Indie, da cui il nome) sul finire del XVI secolo, per lungo tempo rimase solo un’ospite eccentrica negli orti botanici d’Europa. Al successo del fico d’India commestibile contribuì il suo consumo durante le lunghe traversate, quando era impiegato come rimedio contro lo scorbuto. Il Fico d'India, capace di resistere ai climi aridi e secchi, ha trovato nelle zone Mediterranee un clima ideale che ne favorisce la crescita, divenendone una delle piante simbolo. Le piante possono crescere anche fino a cinque metri e producono frutti ovoidali con una polpa molto succosa. La buccia, di colore rosso tendente al marrone, è ricoperta di spine sottilissime che vengono eliminate tenendoli a bagno nell’acqua ghiacciata. I suoi frutti hanno un sapore delicatamente zuccherato per via della presenza di glucidi, e dal punto di vista nutrizionale contengono  moltissima vitamina C, calcio, fosforo e magnesio. Il Fico d'India dell'Etna DOP viene consumato preferibilmente fresco, come frutto da tavola, ma viene anche impiegato per preparare gelati, confetture e liquori. 


Mostarda di fichi d’India dell’Etna


Ingredienti per 8 porzioni
1 kg di fichi d’India
100 g di farina 00
Cannella in polvere
130 g di mandorle tostate
130 g di noci tostate
2 scorze di arance
3 scorze di mandarini

Sbucciate i fichi d’India, passateli al setaccio e portate ad ebollizione il succo ricavato. Unite la farina poco a poco e mescolate il composto fino ad ottenere una crema densa. Togliete quindi il recipiente dal fuoco e aggiungete un pizzico di cannella, le mandorle e le noci tritate, le scorze di arance e mandarini tagliate a pezzetti, mescolando per amalgamare tutti gli ingredienti. Versate il composto nelle apposite forme di terracotta inumidite d’acqua e mettetele ad asciugare al sole per 3-4 giorni. Quindi sformate la mostarda  e rimettetela al sole per altri 2-3 giorni, finché non sarà del tutto asciutta.

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venerdì 12 agosto 2016

Le scacce ragusane



Le scacce sono un piatto tipico della provincia di Ragusa. L’impasto delle scacce viene fatto con farina di grano duro, lievito, sale e olio extravergine di oliva. Anticamente si preparavano una volta a settimana con le verdure di stagione e venivano cotte, insieme al pane, nei forni di pietra. Oggi esistono numerosissime varianti: pomodoro e caciocavallo stagionato grattugiato; pomodoro e cipolla, in cui la cipolla viene tritata grossolanamente e fatta appassire in padella, prima di farla cuocere assieme al pomodoro;  pomodoro e melanzane, variante diffusa soprattutto nel periodo estivo; ricotta e cipolla; ricotta e salsiccia; ricotta e prezzemolo; ricotta e spinaci, la variante più recente. 



Scacce ragusane con pomodoro e melanzane

Per l’impasto:
500 gr di farina di grano duro o semola
3 cucchiai di olio
1/2 panetto di lievito
1 cucchiaio raso di sale
Acqua q.b.


Per il condimento:
250 gr di polpa di pomodoro
300 gr di caciocavallo a dadini
1 melanzana fritta a cubetti
Olio d’oliva
Sale


Disponete la farina a fontana su una spianatoia, sciogliete il lievito in un po’ d’acqua e unite l’olio d’oliva. Aggiungete il sale all’impasto e iniziate a lavorare unendo man mano l’acqua, e continuate ad impastare fino a quando il composto non risulterà  liscio e omogeneo. Fate lievitare per almeno un’ora. Successivamente, tirate una sfoglia rotonda sottile aiutandovi, se occorre, con un po' di farina. Spargete la polpa di pomodoro, la melanzana, precedentemente tagliata a cubetti e fritta, ed il caciocavallo a dadini, sulla pasta stesa, lasciando tutto intorno un margine di un centimetro. Aggiungete ancora un po’ d’olio. Avvolgete da due parti la sfoglia condita, in modo tale da ottenere una scaccia larga circa 8 cm. Giunte al centro le due parti verranno chiuse a libro. Saldate, facendo un piccolo bordo, le altre due estremità di pasta, e spennellate sulla superficie un po’ d’olio d’oliva.  Sistemate la scaccia su una teglia già unta (o foderata di carta da forno), e mettete in forno ben caldo a circa 200° C. Sfornate quando la pasta avrà assunto un colore dorato. Le scacce sono ottime calde, tiepide e fredde.

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venerdì 5 agosto 2016

Granita siciliana al limone

La granita è un dolce freddo al cucchiaio, caratteristico della Sicilia. Si tratta di un composto liquido semi-congelato preparato con acqua, zucchero e un succo di frutta o altro ingrediente (di solito mandorla, pistacchio, caffè o cacao). Le origini della granita vengono  fatte risalire alla dominazione araba in Sicilia. Gli arabi portarono con sé la ricetta dello sherbet, un succo di frutta aromatizzato con acqua di rose e poi ghiacciato. Anticamente si preparava usando la neve raccolta sull’Etna o sugli altri monti siciliani (Nebrodi, Peloritani, Iblei), immagazzinandola nelle apposite neviere in pietra, all’interno di grotte naturali per conservare una temperatura fresca. La granita è la colazione tipica dei siciliani: dissetante e digestiva, è  l’ideale per contrastare la calura estiva. Tradizionalmente va accompagnata con la brioscia siciliana preparata con pasta lievitata all'uovo e dalla forma a base semisferica sormontata da una pallina. Molto diffusi nella zona del catanese il gusto al pistacchio di Bronte, alla mandorla e i gusti alla frutta: limone, gelsi neri, pesca, fragola e mandarino. A Messina e nelle Eolie, la scelta di gusti è simile a quella catanese, cambia la composizione: più dolciastra la granita messinese, invece più tendente all'aspro quella catanese. In provincia di Ragusa, in particolare nel modicano, è caratteristica la granita di mandorla abbrustolita, mentre tipica della cucina trapanese è la granita di gelsomino.



Granita al limone

Ingredienti per 4 persone
500 g di succo di limone
500 ml di acqua
250 g di zucchero semolato

Versate in un pentolino l’acqua, portatela a bollore e aggiungete lo zucchero semolato. Quando lo zucchero sarà completamente sciolto, togliete dal fuoco e lasciate raffreddare lo sciroppo ottenuto.  Tagliate i limoni a metà, spremeteli con lo spremiagrumi e filtrate il succo, con l’aiuto del colino. Incorporate il succo di limone così ottenuto, allo sciroppo ormai freddo e mescolate con la frusta a mano. Trasferite il liquido in un contenitore di plastica o di metallo, e mettete nel freezer. Mescolate con un cucchiaio d’acciaio, dopo circa 1 ora, quando si saranno formati tanti cristalli di ghiaccio, e rimettete nel freezer mescolando ancora, per altre due-tre volte. Ottenuta la granita della consistenza desiderata, servitela in alti bicchieri cilindrici o in coppe.

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venerdì 29 luglio 2016

Lo Street Food di Palermo e di Catania



Lo Street Food, letteralmente cibo di strada, è diventato ormai un simbolo della tradizione e dell’identità di un territorio. Le origini del fenomeno risalgono all’antichità: i greci già narravano l’usanza egizia, poi adottata in tutta la Grecia, di friggere il pesce e di venderlo per strada. Nel mondo romano il cibo di strada era una vera e propria necessità, soprattutto tra le classi meno abbienti, poiché non avendo una cucina vera e propria a loro disposizione in casa, acquistavano cibi già cotti presso i thermopolia”, gli antenati del moderno “baracchino”. In molti sostengono che lo Street Food sia nato per sfamare e non per nutrire. Da qui forse il grande equivoco: poiché nato per nutrire il popolino a poco costo, è stato considerato di poco conto. Ai giorni nostri , invece, lo Street Food si è liberato da questi pregiudizi, diventando il vero testimone dell’identità di un popolo.
In tutta la Sicilia, ma in particolar modo a Palermo e a Catania, la cucina di strada è parte integrante del patrimonio culturale, una tradizione antica che identifica e distingue il territorio. Da provare a Palermo il famoso pane ca’ meusa (milza); lo sfincione, pizza alta e soffice, condita con pomodoro, cipolla, acciughe e caciocavallo; i cazzilli, conosciuti anche come crocchè, le crocchette di patate, e la squisita panella, la regina della cucina da strada palermitana. 
A Catania, invece, gli arancini sono lo Street Food per eccellenza. La città etnea vanta una tradizione secolare per la cosiddetta “Tavola calda”: arancini, cipolline, bombe, cartocciate e bolognesi. Altri cibi di strada che la città offre sono: le crispelle, il panino con le polpette di cavallo, i cannoli e le granite con brioche e panna.


Panelle

Ingredienti per 4 porzioni
250 g di farina di ceci
1 ciuffo di prezzemolo
abbondante olio per friggere
sale e pepe
In una pentola sciogliete a freddo la farina di ceci in 2,5 dl di acqua. Proseguite, sempre a freddo, aggiungendo altri 5 dl di acqua. Aggiustate di sale e pepe e fate cuocere a fiamma bassa avendo cura di mescolare continuamente. Quando inizierà ad addensarsi e a bollire, cuocete ancora per 10-12 minuti, girando sempre energicamente per non creare grumi. A fine cottura, aggiungete il prezzemolo tritato e versate il composto su una superficie liscia e bagnata, poi spianatelo con una spatolina in modo da renderlo sottile. Lasciate raffreddare e tagliatelo della forma prescelta, quadrati, cerchi  o a vostro piacere. Mettete a scaldare l’olio e friggete le panelle finché non saranno leggermente dorate.  Cospargete di sale e pepe e servite caldissime. 


Arancini di riso
Ingredienti per 4 persone
250 g di riso
1 bustina di zafferano
3 uova
150 g di piselli lessati
50 g di parmigiano grattugiato
200g di carne di manzo tritata
100 g di mozzarella
1/2 cipolla affettata
1 spicchio d’aglio tritato
2 cucchiai di concentrato di pomodoro
4 cucchiai di olio extravergine di oliva
farina 00
brodo di carne
1,5 dl di vino rosso
pangrattato
olio per friggere
sale e pepe

Lessate il riso, scolatelo e mescolatelo in una terrina con lo zafferano, il parmigiano e 2 uova sbattute.
Fate rosolare la cipolla con l’aglio in 4 cucchiai d’olio; quindi rosolatevi la carne. Bagnate con il vino, fate evaporare, unite il concentrato, che avremo sciolto in un mestolo d’acqua tiepida, pepate. Cuocete a fuoco basso per circa 45 minuti, bagnando ogni tanto con il brodo di carne caldo. Infine, aggiungete i piselli.
Ricavate dal riso delle piccole sfere, inseritevi nel centro ½ cucchiaio di ragù e un dadino di mozzarella e rimodellate bene in modo da ottenere sfere rotonde, compatte e lisce in superficie.
Passate gli arancini nella farina, poi nell’uovo sbattuto e nel pangrattato. Friggete in abbondante olio, scolateli su carta assorbente e serviteli ben caldi.

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venerdì 22 luglio 2016

Caponata di melanzane con capperi di Salina

Il cappero è una pianta molto diffusa in Sicilia, coltivata soprattutto sull’isola di Salina. I capperi di Salina ( detti in dialetto eoliano cucunci) si contraddistinguono per uniformità e per un bocciolo estremamente compatto che è garanzia di qualità superiore e durata nel tempo: sotto sale infatti il cappero di Salina si conserva fino a due- tre anni. Il cappero è il protagonista assoluto della cucina dell’isola, grazie al suo gusto deciso è ideale per dare maggior sapore e carattere a ogni portata: si sposa benissimo a un semplice sugo di pomodoro e basilico, alla classica caponata, ai piatti di pesce.

Ogni anno  la prima domenica di giugno, nell’incantevole piazzetta di Sant'Onofrio a Pollara, piccolo paesino dell’isola,  si svolge la Festa del Cappero in Fiore, occasione giusta per assaggiare tantissime pietanze a base dei buonissimi capperi di Salina.

Ingredienti per 4 porzioni:
3 melanzane
abbondante olio per friggere
1 cipolla
3 cucchiai di olio extravergine d’oliva
1 peperone rosse
80 g di olive verdi snocciolate
1 costa di sedano
20 g di capperi di Salina sotto sale
30 g di pinoli
1 dl di aceto di vino bianco
1 cucchiaio di zucchero
sale
pepe

Lavate le melanzane, asciugatele e tagliatele a dadini, quindi disponetele su un  setaccio, cospargetele di sale e lasciatele a sgocciolare per circa un’ora. In una padella ponete a scaldare abbondante olio per friggere e quando sarà bollente versatevi le melanzane a dadini. Quando avranno assunto un colore dorato, scolatele e  mettetele ad asciugare su carta assorbente. Successivamente, sbucciate e affettate la cipolla finemente e rosolatela in 3 cucchiai di olio extravergine d’oliva per 1 minuto. Unite il peperone tagliato a julienne, 40 g di olive intere e 40 g di olive tagliate a rondelle, il sedano lavato e tagliato a rondelline. Aggiustate di sale e fate cuocere per circa 5 minuti, quindi aggiungete i capperi dissalati sotto acqua corrente e i pinoli. Cuocete ancora per 5 minuti e unite le melanzane, l’aceto e lo zucchero e proseguite la cottura a fuoco lento per 5-6 minuti. Ultimata la cottura, aggiustate di sale e pepe. Lasciate riposare la caponata per qualche ora e servitela fredda.

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